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Categoria: Fandachiandu

apiedinudi figurineÈ stato percorsa con leggerezza e umiltà la strada che ha condotto Rocchina Taurisano a vincere, un paio di mesi fa, l'edizione più tribolata e complicata del fandachiandu. Lo strappo decisivo si è consumato proprio nel periodo più difficile, quello della ripartenza. La manager di A piedi nudi, che ha vissuto, come è giusto che sia, il torneo più come un gioco che come una competizione, non nasconde un leggero imbarazzo per aver surclassato tecnici molto competenti. Insomma, nonostante lo scudetto cucito sul petto, Rocchina resta saldamente – è proprio il caso di dirlo – con i piedi per terra. Abbiamo tuttavia il sospetto che occorrerà ancora fare i conti con lei.

Rocchina, al terzo tentativo hai già vinto il torneo. Sai che c'è gente che ci prova da diciotto edizioni e non c'è ancora riuscito? Il segreto del tuo successo?
Sì, so molto bene che c’è gente che insegue questo traguardo da anni, che nonostante l’impegno quasi non ha mai osato sperarci, che qualche volta ha assaporato l’amarezza della delusione ad un passo dall’ultima giornata (ogni vago riferimento a qualcuno dei miei concorrenti è puramente casuale); devo dire che questo, però, è stato uno degli input che tre anni fa mi ha portato a scendere in campo. Il segreto ha poco a che vedere con il lato tecnico del calcio, ma più con quello ludico: per me è stato un gioco!

A proposito di chi insegue questo obiettivo da un bel po': tra i diretti concorrenti per la vittoria finale, a lungo in vetta, c'è stata una squadra (Nkoulou costa assai, ndr) a lungo in vetta e co-allenata anche dal tuo compagno Gianuario, un veterano del gioco. Come hai gestito la rivalità? Ti ha in qualche modo aiutata oppure sei stata costretta a nascondere le tue mosse?
La rivalità è stata un’altra grande molla per me, tuttavia non ho mai nascosto le mie mosse a Gianuario e qualche volta lui ha provato a farmi tornare sui miei passi per qualche scelta un po’ azzardata… non so bene se con l’intenzione di favorire la mia squadra o le sue. Io l’ho ascoltato in quanto esperto e vero appassionato di calcio ma poi ho fatto sempre il mio gioco e le mie scelte.

Ecco, le mosse. Quale credi sia stata la tua intuizione più felice? A quale dei tuoi calciatori sei inoltre più affezionata? E per quale squadra fai il tifo?
Sicuramente aver potuto contare su Kulusevski fin dall’inizio del campionato credo abbia fatto la differenza. È un po’ il simbolo della mia strategia di gioco ed anche un po’ l’emblema della mia vittoria chiaramente non solo frutto di abili scelte. Sono particolarmente affezionata a più di un giocatore ma non necessariamente a quelli che mi hanno permesso di scalare la classifica. Sicuramente Linetty è fra questi, ma anche Lucioni, insomma giocatori che hanno un loro perché forse solo nella mia squadra, nella mia strategia di gioco. Rispondo sottovoce, “nell’orecchio” all’ultima domanda, anche se questo forse creerà incredulità nei miei concorrenti: non faccio il tifo per nessuna squadra, al massimo tengo le parti occasionalmente per alcune di esse, insomma: l’antitesi del tifo.

Quando hai davvero capito di potercela fare? Hai gestito alla grande l'ultimo mercato.
Nonostante gli esperti mi ripetessero che, calcoli alla mano, il risultato fosse certo, a me non sembrava possibile anche alla viglia dell’ultima giornata.

Adesso devi difendere il titolo. Quali sono i tuoi obiettivi per la stagione 2020/2021?
Giocare e imparare dai miei concorrenti più esperti a non precipitare dopo aver raggiunto l’apice.

Ti tocca anche dare un consiglio per quest'anno: un nome secco, una sorpresa su cui puntare.
Zappa, anche lui nomen omen: ara la fascia destra!

Sappiamo che abiti a Milano, una delle città più colpite dalla pandemia. Immaginiamo il livello di ansia che si è alzato durante la chiusura. Tu e la tua famiglia come avete vissuto quel periodo? Il calcio, il fantacalcio e le cose più frivole che senso pensi possano avere in un contesto così difficile come quello odierno?
È stato un periodo difficile. Tuttavia non so bene quanta consapevolezza abbiamo delle implicazioni e delle conseguenze ancora tutte da scrivere. Quello che è successo fuori dalle nostre case è noto a tutti. Tu, mi chiedi come io e la mia famiglia abbiamo vissuto quel periodo a Milano, in casa, a Milano. Ti risponderò guardando proprio al nostro piccolo, alla nostra vita dentro casa e sul balcone…intensa: entrambi abbiamo lavorato da casa con due bimbi piccoli, spesa da gestire per almeno dieci giorni senza uscire nemmeno per andare dal fornaio sotto casa. Devo dirti, però, che le difficoltà si fermano qui: quelle pratiche di gestione del lavoro soprattutto. Per il resto abbiamo vissuto con serenità e anche con il piacere di poter condividere tutta la giornata dei nostri figli in un momento della loro vita unico, soprattutto per il piccolo: da uno a due anni i bambini ogni giorno fanno dei passi da gigante e poterlo vivere, senza dover correre tra casa e lavoro e mille altre attività, a volte superflue, è stato un dono. Il pensiero del mondo fuori c’era e anche il senso di smarrimento per questa situazione totalmente nuova ma nulla di tutto questo ci ha impedito di guardare a quello che avevamo dentro la nostra casa, anzi il non dover sostenere un ritmo frenetico ci ha permesso di curarlo di più. Dovevamo solo stare con la nostra famiglia. solo questo. Abbiamo avuto la fortuna di non ammalarci, di poter fare in serenità quello che ci veniva chiesto: stare a casa con la nostra famiglia. Molti momenti di queste giornate sono passate tra cose frivole come attaccare le figurine (i signori, come li chiamava Francesco, mio figlio) su album nuovi o anche su quelli vecchi. Il senso delle cose “frivole”: banalmente farle essendo presenti a se stessi. Questo ritengo sia uno dei compiti più difficili per noi, per noi nel nostro contesto attuale: spesso facciamo mille attività anche importanti ma con un livello di distrazione e di superficialità molto alto. Il senso delle cose più “frivole” forse non è tanto quello di farci divertire (che già questa sarebbe una bella cosa) ma anche quello di prenderci del tempo, di fermarci, di fare una cosa alla volta: impegnata o frivola ma… una cosa alla volta.

La verità: aver vinto in un gioco che è statisticamente appannaggio dei maschi rappresenta una soddisfazione in più? Senti di aver battuto anche qualche pregiudizio?
No, anche se so che quello che dici è vero, non è un aspetto che prendo in considerazione in genere, nel senso che non mi chiedo se una cosa che voglio fare è più maschile o femminile. A dire la verità mi sentivo molto più pesce fuor d’acqua nel non essere esperta o appassionata di calcio come la maggior parte dei miei concorrenti. E in questo senso ho sentito anche un po’ d’imbarazzo nel vincere questa edizione del fandachiandu. Ma è successo e tant’è!

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