Prendi i soldi e scappa. Ecco come incassare dallo Stato italiano 13 milioni di euro, creando un'impresa fantasma. Benvenuti alla «Beijing Diamend Jewellery Manufacture», azienda orafa cinese dal nome falsamente scintillante che nella Basilicata sbriciolata dal sisma del 23 novembre 1980 riuscì a mettersi in saccoccia un finanziamento pubblico di tutto rispetto.
Con la velocità di una mossa di Bruce Lee, i manager made in China si precipitarono nella zona industriale di Tito, in provincia di Potenza, attratti dalla grande torta del post terremoto. Peccato che, in oltre un ventennio di «attività», l'unica cosa prodotta sia stata una montagna di scatole - «cinesi» - ovviamente: l'attuale marchio Beijing Diamend, infatti, non è altro che l'evoluzione (anzi, l'involuzione) dell'originaria società Orop, diventata poi Cripo e poi ancora Sinoro. Un tourbillon di sigle accomunate da una costante: di gioielli, bigiotteria o semplice paccottiglia, neppure l'ombra. Una produzione - quella lucana - pari a zero, che però consente ai cinesi (ed è questo il loro vero tornaconto) di apporre sugli articoli realizzati in patria il prestigioso timbro made in Italy. L'azienda di Tito è invece sempre rimasta ferma, pur avendo beneficiato di una pioggia milionaria grazie alla legge 219 del 1981: la stessa legge che ha trasformato i fondi destinati all'«industrializzazione delle zone terremotate» nel più grande scandalo politico-mafioso-affaristico nella storia del Mezzogiorno. Un business senza scrupoli di cui oggi patiscono le conseguenze i 14 dipendenti della Beijing Diamend: «Chiediamo che anche i 14 dipendenti superstiti (fino all'anno scorso erano 26, ndr) vengano messi in mobilità - spiegano i rappresentati sindacali -. La nostra controparte ha però la stessa consistenza di un fantasma. Intanto da otto mesi i dipendenti non percepiscono lo stipendio». Da parte loro la Regione Basilicata e il ministero per lo sviluppo economico - attraverso il Tar - hanno chiesto ai cinesi la restituzione dei finanziamenti. Possibilità che i soldi tornino alla base? Zero.

Intanto c'è chi - sempre in ambito sindacale - ipotizza un intrigo internazionale, con tanto di spy story alla Forsyth: «Lo Stato italiano non può rischiare di entrare in rotta di collisione con quello cinese. In campo ci sono troppi interessi miliardari, compresi quelli della Fiat, intenzionata a sbarcare sul mercato orientale... ». Semplici fantasie? Forse sì, ma sta di fatto che negli stabilimenti di Tito - a fronte di un evidente stato di fallimento - non si è ancora visto né l'ufficiale giudiziario, né l'amministratore della società intenzionato - pare - a sostituire i 14 operai italiani con altrettanti operai cinesi. Voci, ipotesi. Ma anche una certezza: la tragicomica storia della Beijing Diamend (ex Orop, ex Cripo, ex Sinoro) è il paradigma di una gestione post terremoto nella sua forma più avvilente: finanziamenti distribuiti a pioggia col solo obiettivo di creare clientele, rendite di potere e oscuri arricchimenti.

Ma la Beijing Diamend non rappresenta l'unico monumento all'inefficienza. A pochi chilometri da Tito sopravvive ancora Bucaletto, il villaggio dell'«emergenza post-sismica»; fu costruito a Potenza dopo il sisma del 1980 e ancora oggi, a 19 anni dalla scossa che sfregiò Basilicata e Irpinia (oltre 300mila sfollati, 10mila feriti e 2.914 morti), continua a essere abitato da 2.000 senzatetto; nuovi disperati che hanno preso il posto dei vecchi sfollati dell'«epoca Zamberletti». Gli ex terremotati hanno ora una casa vera, mentre i prefabbricati sono finiti ai nuovi poveri. L'Ufficio tecnico comunale precisa che «radere al suolo» Bucaletto costerebbe almeno 60 milioni di euro. Impossibile trovare tanti soldi.

A pochi chilometri, sorge la zona industriale di Tito: qui un capannone su due è abbandonato a se stesso.

Il modello Beijing Diamend ha fatto scuola.


  • Nessun commento trovato
Per favore loggati per commentare