{mosimage}Il tecnico boemo: «I bianconeri non sono in B per colpa mia»
di Roberto Beccantini
tratto dal quotidiano telematico lastampa.it
ps. scusate, ma non posso proprio esimermi dal postarlo su titonline, per qualità di penna e contenuto (nameZ) Il primo Juventus-Zeman del dopo Calciopoli agita la memoria e rimescola lo stomaco. Pochi perdenti hanno lasciato un segno così vincente come il boemo. La categoria dei giornalisti gli deve l’inchiesta più articolata e radicale sul doping. Era d’estate, tanto Moggi fa. Millenovecentonovantotto. Aprite le farmacie, buttò lì. Le aprirono. Dentro, c’era di tutto. Zeman non è come Sacchi, che non fa un nome neanche a pagarlo. Zeman ha sempre fatto nomi, cognomi, indirizzi. Gratis. Come il giocatore incallito che, alla roulette, punta sempre sullo stesso numero e, un bel giorno, si porta via il Casinò. A 59 anni, vive di rendita sulle profezie e su quel modo di essere «altro» che lo hanno reso un trapano.
Zemanlandia. Quattro-tre-tre. Il sudore della fantasia. La fantasia del sudore. E poi: l’officina di Licata, il primissimo Schillaci di Messina, il Foggia della svolta. Codispoti, Consagra, Matrecano, Petrescu. Era la difesa. Anche per questo, forse, diventò un allenatore d’attacco. Rambaudi, Signori, Baiano: tagli e ritagli, gol belli, gol studiati. Alla Zeman. Più eversivo di Arrigo. Fustigatore della scuola italianista e della Gea-politica. Con la Lazio di Cragnotti si è tolto fior di sassolini, 8-2 alla Fiorentina, 4-0 alla Juve lippiana, con la Roma di Sensi rifilò un memorabile 5-0 al Milan di Capello. Perdeva le partite vinte, vinceva le partite perse. Si piaceva così. Eccessivo, testardo, strano. Molto strano. Raccontò a Gian Antonio Stella che, in tanti anni passati in Sicilia, non aveva «mai scoperto» la mafia. Apriti cielo. Scoppiò il finimondo.
Piano piano, il tecnico geniale e maniacale si è convertito in un oracolo amatissimo da chi non amava il potere, e dal momento che il potere era la Juve della Triade, ci siamo capiti. Sensi gli aveva preferito Capello, più caro al Palazzo: e, senza offesa, più bravo. Meno raccoglieva, Zeman, più lanciava anatemi, sicuro che le carte fossero truccate. I fatti gli hanno dato ragione. Con Giraudo e Moggi sono volati stracci. Singolare, viceversa, l’«amnistia» concessa ai Rolex e ai passaporti taroccati di Recoba, Veron, eccetera. Ha sfidato Lippi in tv, «io, il sistema, preferisco combatterlo dal di dentro, c’è più gusto», ha chiosato la testata di Zidane a Materazzi con parole e toni che nessuno ha ripreso per paura di profanare il delirio nazionale, «offendere e provocare sono “mezzucci” che non fanno onore».
È stato, e rimane, un tipo politicamente scorretto. Il bello è che, a trasferirlo da Praga in Italia dopo l’invasione sovietica della Cecoslovacchia, era stato niente meno che lo zio, juventinissimo e bonipertianissimo, Cesto Vycpalek. Non è un eroe, non è un santo, non è un martire. È uno, Zdenek, che si è fatto tanto Sud e persino un po’ di Moggi, Alessandro, a Napoli. Al Nord, ha resistito poco. Qualche mese a Parma - faceva il fuorigioco a metà campo, il presidente Ceresini barcollava in tribuna - una decina di partite a Brescia. Il suo Parma, però, affrontò in amichevole il Real di Butragueño e, in anticipo sul Milan di Sacchi, gli inflisse una straordinaria lezione. Antonello Venditti gli ha dedicato una canzone. «La coscienza di Zeman». «Perché non cambi mai/il sogno è ancora intatto/e tu lo sai».
Il Lecce di Vucinic, Giacomazzi, Ledesma e Bojinov, perso al mercato di gennaio, stagione 2004-2005, è stato l’ultimo capolavoro. Decimo posto in serie A, secondo miglior attacco e peggior difesa: le sue impronte digitali. In un certo senso, tanto per citare Moggi, anche al boemo hanno ucciso l’anima. Un tribunale, però, gliel’ha ridata. Oggi, l’uomo che suggerì Pavel Nedved quando ancora non aveva il «caschetto» alla Caterina Caselli, pilota un Lecce di bassa classifica, lontano dalla polvere da sparo del suo arsenale. Anche a Brescia, precettato d’urgenza da Corioni, non aveva lasciato tracce. I «patti» erano: promozione senza play off. Il risultato è stato: fuori da tutto.
Eppure, basta un fruscìo di toga perché ritorni al centro di un mondo che non è più quello di prima. Sarà un rompiballe, un fissato della zona, un prevenuto, uno che, in panchina, ha fatto il suo tempo. Se l’ultimo calcio ha bocciato lo Zeman stratega, le sentenze hanno promosso le denunce dello Zeman-Cassandra. Adesso che strizza l’occhio al nuovo corso, «la B della Juve non è colpa mia», dubito fortemente che i tifosi si asterranno dal fischiarlo. Invece dovrebbero provarci. Tutto si può rinfacciare a Zeman, tranne il «delitto» di essere salito sul carro dei moralizzatori a tavolino. «Da piccolo a Praga mi dicevano “prendi quella posizione”, non “quell’uomo”. Non ho più cambiato idea». Confermo.
La Juve ritrova Zeman
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- Scritto da namez
- Categoria: Sport
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Mi sono scusato in anticipo.
Ho chiesto timidamente il permesso.
Però non sono proprio fuori traccia. Del calciocaos se n'è parlato, qui.0 Mi piace -
Avresti dovuto vista la "linea editoriale" che abbiamo sempre avuto. Del resto non riguarda Tito e fondamentalmente tocca di striscio i Titesi. Ergo cospargiti il capo di cenere e chiedi scusa a quanti (leggasi DBeckham, The Foreigner) sono stati redarguiti!!!!
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Commenti (3)